Era il 25 ottobre 2017 quando alcuni giovani archeologi hanno riportato alla luce lo scheletro di Jacopa che giaceva in una cassa litica nella necropoli bassomedievale di Cencelle.
Passiamo quindi dagli spazi di vita a quelli di morte che connotarono la città fin dalla fondazione: infatti, fin dalla fase fondativa della città altomedievale (nella metà del IX secolo) fu prevista una prima necropoli posta a meridione della cattedrale dedicata a S. Pietro: le deposizioni erano intensive, così che nella ridottissima porzione indagata, poi sigillata (dalla fine dell’XI secolo) dalla navata centrale della successiva basilica romanica, sono stati rinvenuti circa 70 inumati, ed erano presenti anche rideposizioni; vi sono tombe a cassa, sarcofagi non decorati anche infantili, ma prevalgono le tombe nella nuda terra, con defunti per lo più avvolti in sudari.
Con la trasformazione della città in libero Comune alla fine dell’XI secolo, Cencelle si dotò di una grande area funeraria, in uso fino alla fine del XV secolo, ubicata a Est della basilica romanica sempre dedicata a S. Pietro: la necropoli prevedeva sepolture in semplici fosse nella nuda terra ma anche, sebbene in misura minoritaria, in sarcofagi e in casse litiche.
Vi erano anche deposizioni privilegiate collocate vuoi all’interno della basilica vuoi a ridosso dei muri esterni della chiesa: una sepoltura, in muratura, era posta in facciata ed era sormontata da un arcosolio. I defunti, in genere avvolti in sudari, presentavano modesti corredi funerari, in genere limitati a manufatti di abbigliamento.
La vasta necropoli, posta a Est della basilica di San Pietro, è tuttora in corso di scavo: al momento sono state riportate alla luce oltre 1000 sepolture ascrivibili tra il XII e la fine del XV secolo.
All’epoca in cui morì Jacopa (ossia agli inizi del Trecento), l’area sepolcrale era delimitata da un ampio recinto in blocchi di tufo di riutilizzo a Est e presentava due accessi: il primo, monumentale, a Nord-Est, il secondo a Sud. Il periodo di utilizzo vide affastellarsi fosse terragne tra loro sovrapposte nella necessità di rimanere all’interno dell’area consacrata: inoltre, vi sono deposizioni in casse litiche più volte riutilizzate.
Si individuano tre distinte fasi di utilizzo dell’area cimiteriale. La più antica (XII-metà XIII secolo) è caratterizzata da sepolture per lo più ricavate tra le irregolarità naturali del banco geologico, seguita da una seconda fase nella quale predomina l’uso di casse litiche, messe in opera foderando le fosse di deposizione ricavate in strati di accumulo artificiale (fine XIII-XIV secolo).
L’ultimo periodo di utilizzo (fine XIV-fine XV secolo) si distingue per un’intensa attività sepolcrale con il ricorso preponderante alle fosse terragne. Lo spazio, ormai sovraffollato, vede le sepolture sovrapporsi e intersecarsi, a testimonianza della necessità di mantenersi all’interno dell’area consacrata.
La vasta necropoli bassomedievale è il portato di una comunità medievale che ha saputo adattarsi alle sfide dello spazio urbano limitato, intrecciando praticità e spiritualità in un luogo dove la morte, pur segnata da distinzioni sociali, si fonde con l’idea di una condivisione collettiva e senza tempo. Le sepolture presentano una grande varietà tipologica.
La maggior parte delle deposizioni era in semplici fosse terragne, mentre alcune erano scavate direttamente nella roccia, cercando di adattarsi alla morfologia del banco. Infatti, in certi casi, la posizione dei corpi ne era condizionata, con arti inferiori piegati o disposti in modo forzato.
Altre sepolture, invece, erano accolte in casse litiche, particolarmente utilizzate sia per gli adulti che per i bambini: queste tombe, rivestite con blocchi di tufo o di trachite, avevano pareti realizzate a secco o legate con malta e terra, al fine di proteggere la deposizione.
Le coperture, realizzate sempre in tufo o trachite, erano rare e spesso sono andate perdute. Le analisi archeologiche indicano che molte casse litiche furono riutilizzate nel tempo, in linea con la pratica dello sfruttamento intensivo dello spazio sacro.
All’interno della basilica e a ridosso dei suoi muri esterni erano collocate alcune sepolture privilegiate, tra cui una, posta nella facciata esterna della chiesa, era realizzata in muratura e sormontata da un arcosolio.
Infine, è significativo rimarcare la presenza di numerose deposizioni in giacitura secondaria, ossia sepolture che sono state intenzionalmente rimaneggiate e spostate per consentire il riutilizzo dello spazio sepolcrale per accogliere uno o più individui in giacitura primaria, il che dimostra una gestione pragmatica e dinamica dell’area funeraria, probabilmente dettata da necessità pratiche o rituali della comunità.
L’area cimiteriale rappresenta un prezioso contesto di studio per l’analisi delle pratiche funerarie e delle modalità di gestione dello spazio dedicato ai defunti nella città tra l’età comunale e il tardo Medioevo. Infatti, la necropoli bassomedievale presenta un’organizzazione sepolcrale che riflette le pratiche funerarie dell’epoca.
Le deposizioni sono prevalentemente in posizione supina, con rari casi di decubito laterale. La decomposizione dei corpi sembra essere avvenuta in spazi chiusi, occasionalmente mediati dalla presenza di sudari, evidenziando un trattamento funebre caratterizzato da cura e rispetto per il defunto.
Gli arti inferiori, generalmente disposti in estensione, presentano in alcuni casi leggere flessioni, un adattamento probabilmente legato alla conformazione irregolare del banco geologico. Gli arti superiori appaiono invece distesi lungo il corpo o piegati sul petto, una scelta che testimonia la sobrietà delle pratiche rituali.
L’intensivo utilizzo del cimitero è evidente dalla sovrapposizione e intersezione delle sepolture, una pratica che riflette la necessità di riutilizzare costantemente lo spazio funerario. Le riduzioni ossee, ossia il trasferimento dei resti per consentire nuove inumazioni, costituiscono un ulteriore elemento di questa gestione razionale, ma anche pragmatica, dello spazio funerario.
Si tratta di un cimitero comunitario caratterizzato da una continuità di utilizzo e da limitate distinzioni basate sull’età, sul sesso o sullo status sociale degli individui. L’eterogeneità dei pochi corredi funebri personali – limitati nella maggior parte dei casi a manufatti d’abbigliamento, come fibbie e spille, spesso fissate direttamente al sudario – e rituali – monete con funzione di obolo-viatico – conferma l’assenza di privilegi marcati e suggerisce una gestione collettiva dello spazio sacro.
In definitiva, l’analisi di questo contesto funerario permette di comprendere non solo le pratiche funerarie della comunità, ma anche il suo rapporto con la memoria, la sacralità e la continuità della vita cittadina nel tempo.