Home » Extra
La medicina medievale si fonda sull’assunto ippocratico e galenico che il corpo sia composto da quattro umori, flegma, sangue, bile gialla e bile nera e dalle qualità corrispondenti, caldo, freddo, secco e umido. Secondo questa teoria, la salute dipende dal mantenimento della condizione di equilibrio di umori e qualità, raggiungibile attraverso un corretto stile di vita.
A partire dall’XI secolo, con la Scuola medica salernitana e poi con maggior vigore dal Tardo Medioevo, inizia a diffondersi la letteratura igienica, contenente ricette di cucina, indicazioni per la composizione di farmaci e per la dieta. L’idea su cui si basa è la necessità di controllare i sex non naturalia (sei non naturali), cioè l’ambiente e le stagioni, l’alimentazione e la cottura dei cibi, la regolazione tra lavoro e tempo libero e tra il riposo e l’esercizio fisico, il sonno e i sogni, le evacuazioni del corpo, il controllo delle emozioni.
Questi elementi, che si collocano a mezza strada tra il mondo della natura e quello della cultura, sono infatti ritenuti in grado di influenzare, sia positivamente che negativamente, le condizioni di salute.
L’ambiente in cui si vive contribuisce al vivere sani: il mondo naturale è composto delle stesse qualità del corpo umano e interagisce con esso, mantenendolo in equilibrio o generando malattia, apportando qualità negative che influenzano negativamente il corretto rapporto degli umori.
È dunque importante proteggersi dagli eccessi climatici, vivere lontani da luoghi dove possono ristagnare miasmi pestilenziali (le paludi) e in case dotate di finestre. Esse devono essere preferibilmente esposte a venti salubri (nord, nord-est) e collocate ai piani alti, in cui è più facile evitare l’accumulo di arie miasmatiche e fetide, portatrici di malattia, attraverso la ventilazione degli ambienti.
Anche la preparazione del cibo è parte integrante del processo di mantenimento della salute. Attraverso gli alimenti e la trasformazione del crudo in cotto con l’utilizzo del fuoco, infatti, si trasferiscono al corpo qualità positive.
In genere, sono le donne a essere incaricate della preparazione dei cibi, che avviene, soprattutto in aree agricole, sfruttando le risorse naturali del territorio e gli animali da allevamento.
La carne è un cibo di difficile accesso, riservata ai nobili e sconsigliata alle donne, perché la sua assunzione rischia di scaldare eccessivamente i corpi femminili, imperfetti e fragili e, pertanto, secondo gli assunti della medicina ippocratico-galenica, non in grado di sopportare cibi connotati da qualità eccessive.
Le stesse sostanze che sono normalmente impiegate nella dieta possono diventare medicamenti; ogni parte del mondo naturale, infatti, veicola qualità che, opportunamente considerate e in rapporto corretto tra loro, sono ritenute validi correttori degli stati di disequilibrio che generano malattia.
L’igiene sessuale, cioè un accesso al rapporto sessuale controllato ma costante, è parte della dieta (stile di vita) preventiva.
L’espulsione del seme, infatti, aiuta a far si che il corpo non sia intossicato dai residui prodotti dai processi fisiologici (per esempio la nutrizione) e che mantenga le giuste condizioni di umidità e calore.
Ildegarda di Bingen sottolinea che la vita sessuale è diversa per gli uomini e le donne: “L’amore dell’uomo è un ardore simile a un incendio che divampa nel bosco, quello della donna assomiglia al caldo tepore che viene dal sole e fa crescere i frutti….”.
In ogni caso, l’igiene sessuale è strettamente legata alla generazione; fare figli è il vero scopo dell’unione matrimoniale, come ricordano le ammonizioni di Gregorio Magno.
In società caratterizzate da mortalità infantile altissima, generare molti figli è garanzia di sopravvivenza della genealogia e garantisce, anche, disponibilità di braccia utili al lavoro.
Se è certamente vero che le malattie infettive dovevano avere avuto carattere endemico in tutta Europa per l’intero arco del Medioevo, anche al di là della loro esplosione epidemica, molte altre dovevano essere le condizioni patologiche che affliggevano le popolazioni europee.
Gli strati sociali bassi certamente potevano essere colpiti da degenerazioni ossee connesse a carichi di lavoro duri e usuranti; potevano incorrere facilmente in traumi e fratture e da patologie favorite da cattiva alimentazione o cattiva conservazione dei cibi, in malattie da raffreddamento o, al contrario, da esposizione a tossici, come il fumo dei bracieri usati per scaldare case spesso piccole e molto affollate.
Le donne, spesso meno alimentate degli uomini nelle fasi della crescita, andavano incontro a problemi durante il parto; la morte per emorragia o setticemia doveva essere molto frequente. La mortalità infantile continuava a ricalcare i dati drammatici del mondo antico, con una mortalità elevatissima entro il terzo anno di vita, certamente dovuta a malattie infettive. Molte patologie erano legate al cattivo stato igienico.
Anche negli strati alti della popolazione infierivano malattie infettive e sono documentati casi di patologia legati a cattivi usi alimentari, come l’eccessivo uso di carne, che poteva indurre patologie come la gotta, di cui i resti ossei spesso recano traccia.
I sistemi terapeutici medievali ricalcano quelli antichi; dieta, terapia farmacologica o chirurgica, cauterizzazione. Il principio ispiratore della terapia continua a essere quello ippocratico: se il corpo si ammala per accumulo di umori corrotti, la riconquista della salute è la ricerca dello stato originario di equilibrio.
Il risultato può essere ottenuto per somministrazione della qualità contraria a quella che ha causato la malattia, utilizzando cibi o sostanze farmacologiche in grado di veicolare la qualità correttiva, ma anche liberando il corpo dai depositi e dagli eccessi, attraverso il salasso, il clistere, l’uso di sostanze in grado di indurre il vomito, la diarrea o un sanguinamento.
L’idea che il sacro e il magico possano curare le malattie continua a essere valida: non mancava la possibilità di fare ricorso a incantesimi, rituali, al sacro, alla magia, alla stregoneria. I santi taumaturghi sostituiscono gli antichi dei della guarigione e si specializzano nel trattamento di malattie specifiche.
Anche i re assumono caratteristiche di guaritori: San Tommaso ci racconta come il re dei Franchi Clodoveo I, su suggerimento di un angelo, riuscisse a guarire gli ammalati di scrofola con il solo tocco delle sue mani. I re di Francia furono a lungo associati a questa pratica di guarigione: il tocco delle mani di Filippo I, Luigi VI e Luigi XI era invocato come cura della malattia, denominata proprio morbus regius.
Insomma, il mercato della salute nel Medioevo era popolato di curanti con estrazione culturale e sociale diversa; i medici dotti, che conoscevano la tradizione antica e l’aristotelismo; una variegata serie di pratici, che offrivano servizi che andavano dall’estrazione dentaria alla trapanazione del cranio e delle ossa, dalla preparazione di farmaci al salasso; le donne esperte nella cura della gravidanza e del parto e nell’assistenza ai neonati.
A Cencelle finora non è emersa evidenza dell’esistenza di una bottega medica, né dai registri si evince che la cittadina potesse giovarsi dei servizi di un medico residente. Con ogni probabilità, le competenze sulla salute erano affidate a più persone, dal maniscalco alle donne di casa. La vicinanza a centri di maggiore rilevanza, come Tarquinia e Viterbo, potrebbe far ipotizzare che nei casi gravi si potesse convocare e far ricorso a medici provenienti dalle zone limitrofe.
Di certo, il luogo più frequente in cui essere assistiti in caso di malattia era la casa, dove i malati, in relazione alla loro condizione socio-economica, potevano ricevere la visita di diverse tipologie di curanti.
Le prime forme di ospedalizzazione sembrano essere quelle connesse all’organizzazione dei monasteri, in cui erano previste zone dedicate all’assistenza degli ammalati, oltre che alla coltivazione di erbe salutari (orto dei semplici) e alla loro preparazione nelle spezierie. Il monastero era, di solito, riservato ai soli monaci.
La gente comune di umile condizione sociale poteva rivolgersi, sin dalla Tarda Antichità, alle diaconie e agli hospitales, che erano però strutture di assistenza indifferenziata, create per offrire rifugio ai pellegrini e ai viandanti e non disponevano di un servizio di assistenza medica.
Fa eccezione a questa assenza di strutture ospedaliere il caso del mondo arabo, in cui molto precocemente si costruiscono strutture di ricovero in cui medici e infermieri erano formati in un percorso parzialmente comune e in cui i pazienti venivano ricoverati tenendo conto della specificità delle loro malattie, comprese quelle psichiatriche.
Negli ultimi secoli del Medioevo, iniziarono a essere costruite strutture di ricovero per ammalati contagiosi, come i lazzaretti per gli ammalati di peste e i lebbrosari: strutture di isolamento per patologia in rapida evoluzione e alta contagiosità le prime, di lungo degenza le seconde, potevano prevedere la presenza di medici, barbieri e chirurghi.
La paleopatologia, cioè lo studio delle malattie su materiali biologici antichi attraverso le tecniche mediche e scientifiche più recenti, ci consente oggi di dire che il tasso di sopravvivenza a interventi chirurgici anche invasivi, malgrado l’assenza di anestesia e di antisepsi, poteva essere abbastanza elevato.
La chirurgia aveva un carattere soprattutto ortopedico; la riduzione delle lussazioni, delle fratture semplici e di quelle scomposte era un settore in cui i medici si esercitavano sin dall’antichità classica.
Gli esiti delle saldature di fratture documentati sulle ossa spesso indiziano la sopravvivenza degli individui coinvolti; non raramente, lesioni gravi comportavano importanti disabilità, in qualche caso talmente gravi da lasciar supporre la presenza di una comunità di aiuto all’ammalato nella gestione della sua quotidianità, assistendolo e alimentandolo.
La trapanazione cranica era praticata, come terapia di malattie psichiatriche e neurologiche, sia in contesti di medicina laica che là dove si riteneva che uno spirito malvagio potesse causare le alterazioni del comportamento, tipiche delle malattie mentali: aprire un foro nel cranio poteva dunque servire sia ad eliminare frammenti di osso lesionato da trauma o caduta che come cura della pazzia, per creare una via di uscita attraverso la quale ‘liberare’ il principio malvagio che si riteneva si annidasse nel cervello.
Spesso i fori della trapanazione attestano, nella ricrescita dei margini ossei, la sopravvivenza di medio termine degli individui coinvolti.
Il parto avviene all’interno delle mura domestiche e ha i caratteri di un evento sociale e corale, a cui partecipano le donne di casa e, di norma, l’ostetrica, che durante tutto il Medioevo ha importanza centrale, occupandosi anche di aspetti ‘chirurgici’, come l’embriotomia (la sezione del feto in utero in caso di parto non viabile, nel tentativo di salvare la vita della madre) o il cesareo, praticato sulla donna morta di parto al fine di tentare di estrarre vivo il bambino o almeno in tempo utile per somministrare il battesimo, unico mezzo di salvazione dell’anima.
L’ostetrica, seguendo la tradizione antica, si occupa della cura della puerpera e del neonato, del suo lavaggio, degli eventuali massaggi che servono a rafforzarne il corpo e a correggere piccole deformità e, infine, della fasciatura.
I maschi venivano costretti da complicati sistemi di bendaggio, lasciando libere solo le spalle; le femmine, invece, venivano trattate in modo che il bacino non fosse eccessivamente compresso, al fine di consentirne lo sviluppo regolare che le avrebbe aiutate nel loro destino di madri.
I mestieri della salute sono, nel Medioevo come nel mondo antico e ancora per buona parte dell’evo moderno, molto più numerosi e più sfaccettati di quanto non siano oggi.
Guaritori, barbieri, chirurghi, empirici di varia natura, cercatori di erbe e preparatori di decotti e pozioni, donne ostetriche e guaritrici si alternano al capezzale del malato insieme ai medici dotti, ma anche insieme ai santi guaritori.
La scelta del terapeuta dipendeva probabilmente da fattori diversi, come l’effettiva disponibilità del medico o la possibilità di pagarlo, la vicinanza con un centro abitato, le difficoltà di spostamento, il genere del paziente, il tipo di malattia o infortunio occorso.
In un contesto agricolo come quello di Cencelle, sembra più probabile il ricorso a competenze empiriche che non la presenza stabile di un medico dotto, del quale non si trovano tracce negli archivi documentari.
Probabilmente, nei casi estremi in cui le capacità di guarigione delle donne e di chi allevava animali non era sufficiente, un medico avrebbe potuto essere convocato da centri limitrofi, tra cui la stessa città di Viterbo.
Tra XII e XIII secolo, gran parte del sapere medico antico, mediato dalle traduzioni e dai commenti arabi, diventa accessibile per la formazione dei medici.
In Italia, i centri di traduzione sono soprattutto Montecassino e Salerno, dove si sviluppa la Scuola medica, un gruppo di medici che trasferisce agli allievi le sue conoscenze, anche empiriche, in un contesto informale.
Sulla lettura e il commento di maestri dell’antichità si fondano i curricula delle università medievali, che comprendono lo studio di gran parte delle opere di Galeno, di alcune opere ippocratiche, di molti commenti di medici arabi, come Albucasis e Averroé.
Al termine degli studi, il medico può configurarsi come physicus o chirurgo: il primo si occupa delle malattie sulla base dell’osservazione dei segni e sulla registrazione dei sintomi e interviene con medicamenti e farmaci; il secondo interviene con gli strumenti chirurgici e la terapia coincide con il gesto esperto della sua mano, che apre il corpo per curarlo.
Sebbene la chirurgia rivesta una posizione di minore rilievo e più bassa considerazione sociale rispetto alla medicina fisica, anche i chirurghi potevano essere formati in contesti dotti e la loro professionalità poteva essere piuttosto diversificata.
Per tutto il Medioevo, sono documentate donne che svolgevano mestieri legati alla cura del corpo e alla salute.
Seppure non formate in contesti dotti (le università rimarranno destinate agli uomini ancora a lungo), le donne dovevano svolgere un ruolo centrale nelle pratiche empiriche di cura; spesso formate in ambito domestico, dalle madri o dalle altre donne della famiglia, apprendevano i modi di preparazione del cibo (che fanno parte della prevenzione igienica e della terapia) e quelli dei farmaci, le regole dell’igiene e quelle dell’assistenza al parto. La competenza empirica delle donne si riversava in tutta una serie di ‘mestieri’ di cura: erbarie, farmacopole, medichesse, barbiere e chirurghe si occupavano tanto degli uomini quanto delle donne, come accadeva per gli altri empirici.
Solo dal XII secolo le fonti testimoniano la ripresa di una formalizzazione della formazione dell’ostetrica e il suo controllo sociale da parte delle autorità.
Non conosciamo molti nomi di donne che abbiano esercitato come medichesse: il più celebre è certo quello di Trota salernitana, a cui la tradizione ascrive tre testi dedicati alle malattie delle donne.
Pur non essendo certo che la Trota delle fonti coincida con l’autrice dei trattati, certamente il nome indica una donna medico, molto apprezzata per le sue qualità di guaritrice.
Vuoi approfondire sulla vita delle donne nel Medioevo? Scopri di più sulla quotidianità femminile a Cencelle cliccando sul pulsante sottostante.