Giornata tipo delle donne nel Medioevo

La vita delle donne nel Medioevo dipendeva dal loro status sociale: se non erano nobili e ricche, poteva contemplare attività di lavoro, come la filatura della lana, il lavoro domestico e le attività di lavoro nei campi, oltre che l’accudimento dei figli e la cura della salute del nucleo familiare.

Ad esempio, una delle attività domestiche attestate per Cencelle era sicuramente la lavorazione del grano per mezzo di macine in pietra a rotazione manuale. Tali manufatti, composti generalmente da due dischi litici tenuti insieme da un perno centrale, erano messi in funzione attraverso un’impugnatura verticale che consentiva la rotazione dell’elemento superiore.

Il grano era introdotto dall’alto attraverso il foro centrale e, quando si trovava tra le due pietre, veniva spinto verso l’esterno dal loro movimento, fuoriuscendo trasformato in farina.

La coltivazione del grano intorno a Cencelle è testimoniata da fonti scritte che menzionano personaggi specifici in città (Martinus, Guidectus, Guido, Benencasa Guidonis molendinarii) e da strutture molitorie individuate nel territorio intorno alla civitas

Tracce di questa attività cerealicola si sono riscontrate anche entro le mura cittadine in spazi pubblici funzionali alla macinazione del grano tramite la forza motrice degli animali da traino.

È facile immaginare che in questo scenario gli uomini portassero il grano in città e le donne, come Jacopa, lo trasformassero in farina.

Donne e condizioni di salute

Alle donne era assegnata anche la cura della salute nel quotidiano: la conoscenza di erbe e rimedi trasmessi di madre in figlia costituiva le basi di un’attività di cura empirica e a buon mercato, che consentiva di provvedere alle situazioni di prima necessità, senza richiedere l’intervento del medico, del chirurgo o dello speziale, a cui si ricorreva solo in casi in cui il sapere femminile non era sufficiente.

Compito delle donne, in casa, era anche quello di garantire l’igiene corporea dei membri della famiglia. La spazzolatura dei capelli e l’uso del bagno è consigliato, come accadeva nella medicina di epoca romana, per eliminare insetti o, comunque, la sporcizia che si riteneva potesse produrre, per generazione spontanea, parassiti e malattie conseguenti. È probabile che l’accesso al bagno fosse più facile e frequente negli strati sociali più alti. 

A Cencelle, gli scheletri studiati rivelano le buone condizioni di vita delle donne: a differenza degli uomini, i loro resti sembrano testimoniare una vita abbastanza sedentaria e una limitata partecipazione al lavoro nei campi. Jacopa può aver svolto qualche piccolo lavoro agricolo, servendosi di specifici attrezzi. 

Si tratta di strumenti destinati alla lavorazione della terra, per “renderla docile” (zappe), di falci e falcetti per la mietitura e i lavori di raccolta o per la potatura dei rami; nella viticoltura si usava la roncola e nel taglio e nella sfrondatura degli alberi l’ascia. Le articolazioni delle sue braccia, infatti, documentano che sono state impiegate a lungo e in modo ripetuto, reiterando gesti che possono essere ricondotti alla gestione quotidiana della vita del nucleo familiare.

Le donne nel Medioevo studiavano?

Solo le donne nobili o quelle consacrate alla vita ecclesiastica avevano accesso alla scrittura, ai libri e allo studio.

Conosciamo donne scrittrici, come Christine de Pizan (Venezia 1364- Monastero di Poissy, 1430 ca), autrice di poesie, ballate e del famoso La cité des dames, opera che narra la vita di donne importanti e virtuose; donne medico, come Trotula o Trota de’ Ruggiero, magistra della Scuola medica salernitana; monache impegnate negli scriptoria a copiare e illustrare manoscritti; filosofe della natura e teologhe come Ildegarda di Bingen; storiche come Roswita di Gandesheim (935 ca-974), badessa imparentata con la famiglia imperiale sassone, autrice di una biografia di Ottone I e Anna Comnena, prima figlia dell’imperatore Alessio I Comneno, che scrive l’Alessiade, un poema in 15 libri che descrive l’ascesa della famiglia dei Comneni fino alla morte del padre.

Talvolta conosciamo opere, ma non il nome di chi le ha scritte, come accade nella Vita Mathildis reginae antiquior, la vita della madre di Ottone I, redatta in un monastero sassone nel X secolo, di certo da una mano femminile.

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Donne e cucina: tra cura della famiglia e gestione della vita domestica

Le donne nel Medioevo erano le principali protagoniste della cucina, uno degli spazi centrali della vita domestica. Il loro ruolo andava oltre il cucinare: erano responsabili della selezione, conservazione e trasformazione degli alimenti, utilizzando conoscenze tramandate di madre in figlia.

Erano esperte nel riconoscere erbe e spezie, spesso impiegate non solo per insaporire i piatti, ma anche per scopi curativi, dimostrando come la cucina fosse strettamente legata alla salute familiare. Gli strumenti domestici, come paioli e forni, venivano usati per preparare pane, burro, formaggi e conserve, e le tecniche di conservazione includevano salatura, affumicatura e fermentazione.

Le donne adattavano i pasti ai bisogni della famiglia: cibi più leggeri per bambini e anziani, più nutrienti per chi lavorava nei campi. Sebbene invisibile agli occhi della società, il loro lavoro era essenziale per la comunità.

A Cencelle, i resti archeologici indicano che le donne svolgevano sia lavori domestici che agricoli leggeri, come l’uso di zappe, falci e altri strumenti, con gesti ripetuti che testimoniano il loro ruolo fondamentale nella vita quotidiana della famiglia e del villaggio.

Tacuinum Sanitatis, Ibn Butlan, seconda metà del XIV secolo
Tacuinum Sanitatis, Ibn Butlan, seconda metà del XIV secolo

La cucina

Le stoviglie utilizzate per la preparazione e la cottura dei cibi subirono diverse modifiche durante il Medioevo. Ciò era correlato al tipo di dieta e anche al tipo di materiale con cui la batteria da cucina era realizzata. Sappiamo infatti che questi contenitori erano realizzati in ceramica ma anche in metallo.

Tra i recipienti di ceramica che sicuramente Jacopa adoperava, la più diffusa a Cencelle era l’olla utilizzata per la cottura di zuppe, minestre e di alimenti in acqua o latte. Questo contenitore, munito di una o due anse e al bisogno di coperchio, era funzionale alla cottura di sughi e salse, a scaldare liquidi e a preparare porzioni individuali. In misura minore, il cibo doveva essere cotto in tegami in metallo o in ceramica.

Nel XIV secolo sono numerosi gli esempi a Cencelle di esemplari invetriati all’interno per la cottura di pietanze fritte o in umido. Pane, focacce e dolci (probabilmente timballi) venivano cotti nei testi, bassi e privi di prese, accanto ai quali si ricordano anche colatoi in ceramica. La cottura del cibo poteva avvenire direttamente sul fuoco oppure a riverbero, ad esempio, quando il punto d’appoggio per le pentole era posto non sopra ma accanto alla fonte di calore.

L’analisi condotta sui resti archebotanici e archeozoologici ci permette quasi di sentire odori e sapori che dovevano provenire dalle cucine. Infatti, si conferma la diffusione del grano come alimento base, unitamente a piante di vario tipo, anche selvatiche, che potevano avere usi alimentari (borragine, cardi), e legumi, in primis ceci e fave.

Fra le specie domestiche di uso alimentare soprattutto nel corso del XIV secolo una buona percentuale è costituta dai suini, gli unici allevati per il solo consumo carneo, seguiti da ovicaprini e da bovini mentre i resti di fauna selvatica di uso alimentare, in cui continua a prevalere la selvaggina da pelo (cervi), appaiono piuttosto scarse prima del pieno XIV secolo. Una percentuale insolitamente alta riguarda anche i molluschi, quasi esclusivamente di origine marina e chiaramente introdotti sul sito a scopo alimentare. 

La Tavola

A Cencelle sono attestate stoviglie in legno, metallo, vetro e, principalmente, in ceramica: tra XIII e XIV secolo, le mense erano ravvivate da manufatti prevalentemente decorati con i caratteristici colori della Maiolica Arcaica (verde ramina e bruno manganese), stesi su un brillante sfondo bianco ottenuto con l’aggiunta dell’ossido di stagno al rivestimento vetroso. 

Tra le forme restituite dallo scavo spiccano ciotole e ciotoline che a seconda delle dimensioni contenevano diverse pietanze: liquide o semiliquide, se di dimensioni maggiori; salse di condimento, frutta cotta o piccoli dolci, se di dimensioni minori. Vi sono poi il catino, anche in metallo, tazze, tazzine e saliere, queste ultime anche in vetro. Le bevande erano contenute in bottiglie di vetro, per lo più fiasche, nonché in brocche e boccali in maiolica arcaica funzionali alla mescita dell’acqua e del vino nei singoli bicchieri in vetro.

Poco attestate erano le posate, tra cui sono presenti coltelli, di varia foggia e di diverse dimensioni, in metallo con impugnatura di legno o in osso; cucchiai, sempre in metallo, anche prezioso, o in legno, indispensabili per l’assunzione delle minestre; rare invece le forchette, utilizzate prevalentemente in cucina e non a tavola, perché era largamente diffuso l’uso delle mani per portare il cibo alla bocca.

Possiamo immaginare la nostra Jacopa impegnata nelle faccende quotidiane nell’atto di caricarsi sulle spalle o sulla testa una grande olla acquaria che, come suggerisce il nome, era un contenitore molto ampio, adatto a contenere l’acqua che con ogni probabilità recuperava dalla cisterna urbana prossima alla sua abitazione.

La Tessitura

La tessitura era una operazione che permetteva di trasformare una fibra grezza come la canapa, il lino o la lana, in un tessuto finito tramite alcune operazioni che potevano essere svolte da personale specializzato oppure da donne che lavoravano nella propria casa come ad esempio la nostra Jacopa.

Il primo passaggio era quello della cardatura, che consisteva nel districare le fibre grezze eliminandone le impurità mediante una testa di cardo selvatico (da cui il nome cardatura) o un pettine. Si procedeva poi con la filatura che tramite torsione permetteva la trasformazione della fibra depurata in fili mediante fusi, coprifusi, fuseruole e rocchetti. Intorno al fuso (una piccola asticella rigonfia verso il centro e assottigliata alle estremità, che poteva essere in osso, metallo o legno) si avvolgevano le fibre da ritorcere; la rotazione e l’oscillazione con la mano del fuso comportava la torsione delle fibre e la conseguente produzione di fili.

Per facilitare il movimento e per renderlo omogeneo, veniva fissata all’estremità superiore del fuso una fuseruola, un dischetto (in ceramica, osso, metallo, legno o pietra) di piccole e variabili dimensioni fungeva da volano. Sempre sull’estremità superiore del fuso poteva essere posto un coprifuso che consentiva da una parte che il filo ritorto non si svolgesse con le rotazioni successive, dall’altra parte che il lavoro potesse essere interrotto e poi ripreso.

Il terzo passaggio, rappresentato dalla tessitura, prevedeva l’intreccio di fili al fine di creare un tessuto. Essi venivano intrecciati su due serie, la trama e l’ordito, rispettivamente parte trasversale e longitudinale del tessuto. Per fare ciò era fondamentale il telaio, un dispositivo che tenesse teso l’ordito durante la tessitura. In età medievale i tipi di telaio erano tre: semplice, a contrappesi e orizzontale. Essendo composto in materiale deperibile (legno e corde), gli unici elementi del telaio attestati archeologicamente sono i pesi in ceramica o pietra. 

Per contro, ampiamente riscontrate sono le fuseruole in quanto prodotte principalmente in ceramica e in steatite. Inoltre esse sono state recuperate in relazione a inumazioni, soprattutto femminili, il che ha fatto ipotizzare, almeno per quanto riguarda l’Alto Medioevo, una loro connotazione simbolica.

Gioielli e accessori di abbigliamento

Bottoni, anelli, vaghi di collana, aghi crinali e medagliette votive sono ritrovamenti di dimensioni minute, legati ad aspetti effimeri del quotidiano che però forniscono ai posteri informazioni preziose sul costume e sui piccoli vezzi non solo delle donne di Cencelle, ma in generale delle donne nel Medioevo.

I bottoni sono un elemento del vestiario molto ricorrente: essi conobbero, infatti, una notevole diffusione fra il XIII e il XIV secolo e si caratterizzano per varietà di materiali e di forme; i più rappresentati sono quelli bronzei di piccole dimensioni a corpo globulare. Questa tipologia è da associare, sulla base dei ritrovamenti in diversi contesti confermati da confronti iconografici, alla chiusura del vestiario in prossimità del collo, lungo il torace e sulle maniche.

Al contempo, lo scavo ha restituito bottoni bronzei più elaborati che presentano delicate decorazioni a intreccio: tali manufatti, impiegati soprattutto nell’abbigliamento femminile, avevano una funzione esornativa. Chissà se anche Jacopa ne faceva uso durante la sua vita! 

Una seconda categoria di bottoni è rappresentata da esemplari in pasta vitrea: di forma globulare leggermente schiacciata, sono di dimensioni maggiori rispetto a quelli in metallo. 

Altri accessori ben rappresentati sono gli anelli da dito che, pur non rappresentando prodotti realmente di pregio, sono spia dell’aspirazione al lusso degli abitanti della città: i manufatti, di dimensioni minute e quindi attribuibili all’ornamento della mano femminile, sono stati rinvenuti soprattutto nell’area sepolcrale pienamente medievale.

I materiali impiegati sono preziosi o semi-preziosi con una predilezione per le leghe in argento e in bronzo, con rare attestazioni in oro. Vi sono sia anelli a semplice fascia, prodotto di un’unica fusione, sia anelli a castone, in realtà riempito da un grumo di argilla ricoperto da un sottile strato di pasta vitrea o minerale a simulare la gemma.

A completare la panoramica degli oggetti legati al corredo personale, vi sono vaghi di collana in pietra e in ambra, elementi per l’acconciatura (come gli aghi crinali) e medagliette votive.

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